12 dicembre 2012

CORTE DEI CONTI: CONDANNA PER DANNO ERARIALE - MANCATA RISCOSSIONE DEI CANONI DI OCCUPAZIONE SU TERRE CIVICHE

Con la Sentenza n. 1645 del 17/08/2010 della Corte dei Conti (Sez. Giurisp. Lazio) sono stati condannati i responsabili dell’Ufficio Urbanistica, per danno erariale, al risarcimento all’Ente comunale dei canoni di occupazione non incassati relativi all’arbitraria occupazione di terreciviche (così come definite nella Legge 1766/1927), in quanto, ai sensi del comma 6 dell’art. 107 del Decreto Legislativo n 267/2000, “i dirigenti sono direttamente responsabili, in via esclusiva, in relazione agli obiettivi dell'ente, della correttezza amministrativa, della efficienza e dei risultati della gestione”.
Tale sentenza conferma dei principi fondamentali:
  • sulle terre civiche è obbligatorio riscuotere il canone di occupazione ai sensi del Decreto Legislativo n. 446/1997 (Canone di occupazione spazi ed aree pubbliche), pur in presenza di un’istanza di alienazione in corso;
  • siccome gli usicivici sono imprescrittibili, l’Amministrazione comunale deve necessariamente esigere la corresponsione di una indennità risarcitoria per occupazione indebita nei confronti degli occupanti dei terreni demaniali di uso civico;
  • l’Amministrazione comunale deve richiedere l’indennizzo per il risarcimento di danni e/o l’indebito arricchimento da occupazione abusiva del terreno demaniale a tutela dell’intera comunità;
  • a carico degli occupanti di un’area demaniale ad uso civico vige l’obbligo di pagare una somma annua a titolo di ristoro, in attesa, anche, dell’esperimento delle eventuali procedure che possono portare al definitivo superamento del vincolo per il terreno in oggetto attraverso gli opportuni atti di legittimazione o di alienazione;
  • la condotta omissiva del Comune nell’agevolare l’azione reiterante dell’occupante nel non assolvere al pagamento del diritto di enfiteusi sul terreno è un comportamento non ascrivibile all’occupante per la mancanza di volontà di sottrarsi all’onere ma derivante dalle lacunose iniziative dell’Amministrazione comunale che non ha mai garantito la legalità del rapporto giuridico. Atteggiamento d’inerzia tenuto anche nell’attesa di stipulazione del contratto di cessione dei terreni;
  • stante l’obbligatorietà per gli amministratori dei Comuni a riscuotere i canoni di natura enfiteutica di cui alla legge n. 1766 del 1927 non concedendosi loro la facoltà di rinunciare alla loro riscossione, si imponeva e si impone tuttora la richiesta di un canone enfiteutico pur in presenza di una istanza di alienazione  n corso;
  • l’eventuale traslazione della proprietà dei terreni non giustificherebbe l’inerzia del Comune che avrebbe dovuto, anche in assenza di una perizia di stima, imporre all’occupante il pagamento di un’indennità annua come ristoro per la collettività per il bene sottratto od, in subordine, la concessione del diritto di superficie;
  • l’organo gestionale non può rimanere inerte, invocando le presunte omissioni dell’organo politico;
  • non è accettabile il richiamo alla non intervenuta prescrizione della pretesa creditoria, restando il danno rilevante ai fini dell’azione di responsabilità certo, attuale ed effettivo, anche se non definitivo;
  • se all’Ufficio non competeva la riscossione dei canoni certamente le dirigenti hanno omesso di comunicare ai competenti organi del Comune quanto risultava dagli accertamenti connessi all’attività svolta dall’Ufficio urbanistica. Si tratta dunque di un’omissione gravemente colposa dei doveri incombenti su chi rivestiva la carica di responsabile del settore urbanistica.

11 dicembre 2012

Demanio civico di Portoscuso (Ci), un esempio di furto ai danni della collettività

Da Febbraio 2012 ci sono stati clamorosi sviluppi delle indagini penali condotte dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari (dott. Daniele Caria) e dal Corpo forestale e di vigilanza ambientale riguardo un vero e proprio cumulo di nefandezze incentrate sulla progettata realizzazione di una centrale eolica sui 540 ettari di demanio civico di Portoscuso (Capo Altano-Guroneddu) da parte della Portovesme s.r.l., che ha già realizzato un’altra centrale eolica presso la zona industriale di Portovesme.

E’ stato arrestato il sindaco di Portoscuso e presidente del Consorzio industriale provinciale Adriano Puddu. Le accuse sono di corruzione, concussione, peculato, voto di scambio, ma sono indagati anche l’amministratore delegato della Portovesme s.r.l. Carlo Lolliri, diacono e Commendatore del cattolicissimo Ordine del S. Sepolcro, e l’assessore comunale ai servizi sociali Selena Galizia. 

Secondo le accuse della Procura della Repubblica di Cagliari – fatte proprie dal G.I.P. del Tribunale – vi sarebbe proprio un autentico sistema di potere deviato con al centro il presunto onnipotente Adriano Puddu. Soldi (tanti), potere, sesso, omicidi proposti, preti, avvocati, dirigenti industriali, imprenditori. Ora tutti fanno a gara nel non conoscere il sindaco Puddu, a iniziare da partiti (U.D.C., P.D., F.L.I., P.d.L.) e politici (a iniziare dal Presidente della Provincia di Carbonia-Iglesias Tore Cherchi). Qualcuno minaccia querele, tuoni e fulmini.

Ma tutto è imperniato sulla vicenda dell’illegittima alienazione dei terreni appartenenti al demanio civico portoscusese, su cui le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico avevano inoltrato specifico esposto (15 aprile 2011) alle amministrazioni pubbliche (in primo luogo proprio al Comune di Portoscuso) e alle magistrature competenti. Dall’Agenzia Argea era pervenuta conferma dell’assenza di autorizzazioni in proposito. Dal Comune di Portoscuso nessuna comunicazione in merito al richiesto recupero dei terreni al demanio civico previsto per legge.

Tali terreni costieri risultano ceduti, pressoché gratuitamente, dal Comune di Portoscuso al Consorzio sardo di sviluppo industriale nel 1963 per la realizzazione di una città del cinema che non vide mai la luce (condizione contrattuale secondo cui i terreni avrebbero dovuto esser restituiti). Nel 1972 avrebbe acquisito le aree la Sard Invest e successivamente la svizzera Bellosino a.g. avrebbe acquisito il controllo della società, a sua volta controllata dalla holding Glencore (sede legale in Lichtenstein), Società che controlla anche la Portovesme s.r.l. Inoltre, la società Sard Invest avrebbe venduto una piccola parte di quei terreni (5 ettari) ad alcuni amministratori comunali di Portoscuso. 

I diritti di uso civico sono inalienabili (art. 12 della legge n. 1766/1927 e s.m.i.), inusucapibili ed imprescrittibili (artt. 2 e 9 della legge n. 1766/1927 e s.m.i.): “intesi come i diritti delle collettività sarde ad utilizzare beni immobili comunali e privati, rispettando i valori ambientali e le risorse naturali, appartengono ai cittadini residenti nel Comune nella cui circoscrizione sono ubicati gli immobili soggetti all’uso” (art. 2 legge regionale n. 12/1994). 

Ogni atto di disposizione che comporti ablazione o che comunque incida su diritti di uso civico può essere adottato dalla pubblica amministrazione competente soltanto verso corrispettivo di un indennizzo da corrispondere alla collettività titolare del diritto medesimo e destinato ad opere permanenti di interesse pubblico generale (art. 3 della legge regionale n. 12/1994 e s.m.i.). I demani civici sono tutelati ex lege con il vincolo paesaggistico (art. 142, comma 1°, lettera h, del decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche ed integrazioni).

Eppure il sindaco Puddu e la “sua” maggioranza hanno deliberato (aprile 2011) di richiedere la “sclassificazione”(rectius sdemanializzazione) dal regime demaniale civico ai sensi dell’art. 18 bis della legge regionale n. 12/1994 e s.m.i., possibile tuttavia solo in presenza dei requisiti dell’alienazione prima della legge n. 431/1985, dell’utilizzo secondo la pianificazione urbanistica e, soprattutto, la perdita irreversibile della conformazione fisica o della destinazione funzionale a terreni agrari/boschivi/pascolativi. Condizione quest’ultima non esistente.

Poi gli sviluppi. E non sembra finita qui. 

Sembra solo la punta dell’iceberg, in una terra dove i fumi industriali hanno creato un clima oppiaceo che ammorba e addormenta le coscienze (quelle che esistono), dove i bambini non devono mangiare frutta e verdura locali e si nutrono di deficit cognitivi, i rifiuti industriali sono oggetto di traffici “sporchi” e lucrosi, il lavoro è una grazia feudale (elettorale), la crisi economico-sociale è devastante. I feudatari politici si trastullano con la promessa della caccia a febbraio, l’unica vera esigenza del Sardistàn, a sentire i latrati d’una minoranza corporativa armata e la compiacenza loro dimostrata.

Sembra tutto così penoso e molto probabilmente lo è. Ma questa volta non sembra finita qui.