18 giugno 2012

Non si dismettono le comunità per fare cassa



Si è svolto il 9 giugno 2012 presso il Dipartimento di Sociologia e Scienza Politica, all’Unical, l’incontro sulle Terre comuni in Calabria, organizzato da un gruppo di cittadini che hanno dato vita all’omonimo Comitato. All’incontro hanno partecipato amministratori, esponenti di associazioni, giuristi, accademici.
Il tema del convegno è stato dettato dall’urgenza di rispondere in Calabria alla dissennata decisione governativa di fare cassa svendendo il patrimonio pubblico, comprese le terre demaniali di Comuni e Regioni.

Va da sé che il convegno calabrese s’inquadra in un contesto nazionale di difesa di quel che sopravvive dell’enorme proprietà collettiva, che caratterizzava il modo di produrre delle città rurali fino agli anni ’50 del secolo scorso.

I lavori del convegno sono partiti dalla ricostruzione storica degli usi civici in Calabria e dalla successiva definizione dalla legge del 1927 che prevedeva il censimento delle terre soggette, appunto, all’uso non proprietario delle terre coltivabili, a pascolo e dei boschi. Da quella lontana legge ad oggi, è andata avanti una pratica illegale di erosione del patrimonio comune, di privatizzazione e cementificazione dei suoli, spesso con la complicità inconsapevole degli stessi amministratori locali.

Questa mercificazione della terra si è accompagnata al venir meno di ogni sovranità alimentare ed energetica delle citta rurali calabresi, in specie quelle dell’osso. La conseguenza è stata la rottura del rapporto città campagna e quindi una profonda trasformazione dell’agricoltura tanto per l’aspetto economico che per quello sociale. Con la distruzione di relazioni umane che avevano garantito per secoli l’autonomia delle città rurali e la loro orgogliosa persistenza. In Calabria, questo processo di appropriazione e mercificazione delle terre comuni, ha comportato uno stravolgimento ancora più profondo del tessuto urbano, proprio perché nella nostra regione i così detti usi civici hanno un fondamento antico. Infatti, essi non sono stati inventati da un qualche diritto codificato o disposizione legislativa, ma sono nati già nel medioevo, come istituzionalizzazione dell’uso e della gestione dei territori attorno alla città, i contadi, da parte delle “Universitas”, che sono appunto comunità che hanno, per così dire, come ragione sociale la buona vita dei suoi membri. Fra l’altro, quasi sempre, dalle Universitas hanno origine i Comuni calabresi.

Sicché gli usi civici in Calabria andrebbero riguardati come ciò che è sopravvissuto all’opera di modernizzazione dello stato nazionale che ha sostituito il diritto proprietario della terra al suo uso, la legge alla regola, marginalizzando forme di vita inventate collettivamente dalle moltitudini.

L’ulteriore approfondimento di queste tematiche non può essere scisso dalla mobilitazione urgente contro la svendita che progetta il governo; ed una delle indicazioni finali del convegno è proprio quella di organizzare in tutta Italia una rete di resistenza alla privatizzazione del demanio agricolo, rete che potrebbe formarsi promuovendo ad esempio quel referendum proposto da Lucarelli.

Gli usi civici non sono oggi una sorta di romantica difesa di un passato contadino. Essi hanno una straordinaria attualità. Non è un caso, infatti, che chi oggi pone il tema dei beni comuni fa riferimento proprio agli usi civici come esempio concreto di questa pratica. Sono poi le pratiche, che proprio nella crisi, si vanno sempre diffondendo tanto in Italia che in Europa e in tutto l’Occidente.

Infatti, di fronte alla “crisi del sistema che mette in causa le variabili strutturali della crescita economica globale in quanto fattore di produzione di ricchezza” e la “crisi degli equilibri ambientali entro i quali si sono alimentati in sequenza storica la narrazione del progresso e di sviluppo fondate entrambe sulla crescita economica illimitata e la tecno scienza” non c’è che da ritrovare il rapporto con il territorio.

Allora oggi Terre comuni in Calabria riguarda non solo le terre demaniali ma significa la ‘riappropriazione’ del territorio da parte delle comunità che le abitano che ormai in niente incidono nelle decisioni prese da chi lo considera una sorta di spazio geometrico, funzionale unicamente all’estrazione di profitto piegando a esso la vita, la quotidianità, le necessità, i saperi e le passioni, degli individui e delle comunità.
Così il convegno ha dato voce alle associazioni, di tutta la regione, protagoniste di esperienze di lotte, talvolta di resistenza, tal’altra di costruzione di esperienze nuove di rapporto con il territorio.

Con la loro presenza e i loro interventi sindaci e amministratori locali hanno espresso il disagio di fronte alla funzione burocratica alla quale sono ridotti dall’autorità governativa. Di fronte alle scelte del governo gli amministratori locali possono rassegnarsi alla degradazione del loro ruolo o insieme alle comunità sperimentare nuove forme di partecipazione e democrazia come condizione necessaria di un rapporto diverso con i luoghi e le comunità. Da qui l’esigenza, emersa nel corso dell’incontro, di costruire, attraverso forme di democrazia diretta, uno Statuto dei luoghi che stabilisca una serie di principi comuni, condivisi fra le associazioni, gli abitanti e i sindaci disponibili, al fine di valorizzare e tutelare il patrimonio comune.

In chiusura di queste note sentiamo la necessità di ricordare Mario Alcaro, in duello con la morte proprio mentre si svolgevano i lavori del convegno. Al di là dei suoi meriti di studioso, qui, importa a noi sottolineare la sua opera di meridionalista pieno d’amore per la sua regione, che ha avuto la massima espressione nella redazione e direzione per oltre un quinquennio di Ora locale, la rivista che ha introdotto in Calabria il pensiero politico meridiano.

1 commento:

  1. E' VERO! NON SI DISMETTONO LE TERRE CIVICHE PER FARE CASSA, ANCHE PERCHE, SE MALAUGURATAMENTE SI DOVESSE PERVENIRE ALLA DISMISSIONE IL RICAVATO NON PUò ESSERE DESTINATO A SPESE CORRENTE MA, INVECE, DEPOSITATO EX ART. 24 LEGGE N. 1766/1927.
    TUTTI NON DOBBIAMO DIMENTICARE CHE LE TERRE CIVICHE SONO INTANGIBILI.
    ALLE ULTIME LEGGI STATALI CHE PREVEDONO UN OBBROBRIO DEL GENERE V'è DA AGGIUNGERE LE LEGGI REGIONALI IN MATERIA DI USI CIVICI CHE, SPECIE IN BASILICATA, CALABRIA E PUGLIA, NATE MALE SONO STATE PEGGIORATE CON LE MOLTE MODIFICHE APPORTATE DALLA GESTIONE MOLTE VOLTE ALLEGRA DELLE STESSE. MALA TEMPORA CURRUNT

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